C’è un momento, in quasi ogni sopralluogo dentro un palazzo vincolato, in cui il tecnico alza gli occhi verso il soffitto e smette di parlare. Succede davanti a una volta affrescata, a un cassettonato in noce, a uno stucco che qualcuno ha restaurato con pazienza vent’anni prima. Lì sopra, secondo il progetto antincendio, dovrebbero passare tubazioni, staffe, ugelli. E lì sopra, lo sanno tutti nella stanza, non passerà niente.
Il problema non è nuovo e non è nemmeno raro. In Italia una parte enorme degli archivi comunali, delle biblioteche civiche, dei piccoli musei di provincia sta dentro edifici storici, spesso ex conventi, ex palazzi nobiliari, ex qualcosa. Edifici nati senza impianti e che di impianti, ancora oggi, ne sopportano pochi.
Edifici storici vincolati: Soprintendenza e norme di prevenzione incendi
Chi segue la pratica si trova stretto fra due autorità che guardano lo stesso muro con occhi diversi. La Soprintendenza, in base al Codice dei beni culturali del 2004, autorizza ogni intervento sull’immobile tutelato, impianti compresi, e lo valuta secondo principi precisi: minimo intervento, reversibilità, compatibilità con la materia originale. I Vigili del Fuoco invece chiedono che persone e beni siano protetti in modo adeguato al rischio, e il rischio, in un archivio pieno di carta o in un museo con pavimenti in legno, non è basso.
Le regole di prevenzione incendi per questi luoghi hanno una storia stratificata. Per musei, gallerie e mostre in edifici storici il testo di riferimento è stato a lungo il decreto 569 del 1992; per biblioteche e archivi il DPR 418 del 1995. Nel 2020 il Codice di prevenzione incendi ha aggiunto una regola tecnica verticale specifica per musei, biblioteche e archivi in edifici tutelati, che lascia al progettista più libertà nella scelta delle soluzioni. Libertà che però va spesa bene, perché ogni scelta fuori dagli schemi deve essere argomentata, e argomentata in modo convincente per due interlocutori che non sempre vogliono la stessa cosa.
Sprinkler e impianti a gas: i limiti nei palazzi storici e negli archivi
Lo sprinkler è la prima ipotesi che viene in mente, ed è anche la prima a essere scartata. Le reti a soffitto in un salone decorato non hanno dove nascondersi, a meno di inventarsi un controsoffitto che cambierebbe la stanza più di quanto la proteggerebbe. Poi c’è l’acqua. Su una pergamena, su una tela del Seicento, su un intonaco dipinto, l’acqua fa danni che i restauratori conoscono bene e che a volte non si recuperano. Proteggere un archivio bagnandolo è una soluzione che lascia perplessi anche chi la propone.
Gli impianti a gas sembrano la risposta naturale, perché non bagnano e non lasciano tracce. Solo che richiedono bombole, e le bombole occupano un locale che nei palazzi storici spesso va ricavato da qualche parte, magari in un sottoscala che aveva già un’altra funzione. Richiedono tubazioni dalle bombole agli ugelli, che ripropongono lo stesso problema dello sprinkler. E richiedono soprattutto tenuta dell’ambiente: la sala deve trattenere il gas per diversi minuti. Ora, chi ha mai provato a misurare le perdite d’aria di una stanza con finestre originali a due ante, una canna fumaria murata male negli anni Sessanta e un solaio in legno con le assi che hanno lavorato per tre secoli sa già come finisce. Si può sigillare tutto, certo, ma il conto lievita e la Soprintendenza difficilmente gradisce.
Spegnimento ad aerosol: generatori autonomi senza bombole né reti di tubazioni
Lo spegnimento ad aerosol parte da un’idea più semplice dal punto di vista installativo. Niente bombole centralizzate, niente rete di distribuzione. Ogni generatore è un oggetto compatto e autonomo, con dentro un composto solido a base di sali di potassio che, quando si attiva, si trasforma in una nube di particelle finissime. La nube riempie il volume e blocca chimicamente la combustione, senza bisogno di togliere ossigeno all’ambiente e senza pressione. I generatori si fissano in pochi punti, a parete o a soffitto, e il collegamento con la centrale si riduce a un cavo elettrico sottile, che può seguire una cornice, una canalina esistente, il profilo di uno zoccolino.
Per la pratica in Soprintendenza è un argomento serio: fissaggi puntuali, nessuna traccia nelle murature, la possibilità di smontare tutto un domani lasciando al massimo qualche foro da stuccare. Fra le applicazioni indicate da chi distribuisce questi sistemi, come Komals, compaiono infatti pinacoteche, biblioteche storiche, musei ed edifici storici, insieme agli archivi della pubblica amministrazione e ai locali tecnici. Le norme di riferimento sono la serie UNI EN 15276 e la ISO 15779. Il dimensionamento parte dal volume dell’ambiente, e qui il geometra che ha fatto il rilievo ha un vantaggio concreto, perché quel dato ce l’ha già, misurato stanza per stanza.
Progettazione dell’impianto: residui, rivelazione fumi e presenza di pubblico
Sarebbe però sbagliato raccontare l’aerosol come la soluzione che va bene ovunque. Dopo l’attivazione le particelle ricadono e lasciano una polvere sottile da pulire. Su un pavimento o su un armadio metallico è un lavoro da impresa di pulizie; su una doratura o su un dipinto è un lavoro da restauratore, e va messo in conto. Per questo in parecchi progetti l’aerosol finisce dove il fuoco ha più probabilità di nascere e dove le superfici sono meno fragili: depositi, archivi di deposito, locali tecnici, quadri elettrici. Le sale con le opere più delicate si discutono a parte, spesso insieme ai conservatori, e non è raro che la scelta finale sia una combinazione di sistemi diversi. Anche la saturazione, come per il gas, chiede una tenuta minima dell’ambiente, cosa che va verificata sul posto e non data per scontata.
Poi ci sono le persone. In un museo aperto o in una sala di lettura l’attivazione deve arrivare dopo un preallarme e dopo l’uscita del pubblico, perché la nube toglie visibilità per un po’. Serve quindi un buon impianto di rivelazione fumi, e anche qui l’edificio storico ha le sue soluzioni discrete: i sistemi ad aspirazione, con tubicini di pochi millimetri che campionano l’aria e si mimetizzano senza fatica, oppure rilevatori senza fili, che evitano del tutto di aprire tracce. Il resto è lavoro di tavolo e di carte. Planimetrie con ogni generatore posizionato, fotografie dei punti di fissaggio, una relazione che spieghi alla Soprintendenza come l’intervento potrà essere rimosso e ai Vigili del Fuoco perché quella protezione è sufficiente. Due documenti diversi, spesso, per lo stesso impianto.











